Ultimamente si è molto diffusa l’abitudine di commentare, nei propri profili social media personali, le proprie giornate lavorative lasciandosi spesso andare a critiche, spesso pesanti, nei confronti di colleghi e soprattutto verso l’azienda in cui si lavora ed i suoi dirigenti.

I social media tipo facebook

Il fatto che il profilo social media sia personale non mette al riparo l’autore da alcuna responsabilità, ed anche se nel post il nome del datore di lavoro non viene specificato, si ritiene che il lettore sia comunque in grado di distinguerlo, e comprendere appieno il contesto e le persone a cui l’autore si riferisce

Così la Cassazione civile, sez. lav., 27/04/2018, n. 10280, secondo cui “Posto che la diffusione di un messaggio offensivo attraverso l’uso di una bacheca Facebook assume una valenza diffamatoria, per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, integra giusta causa di licenziamento la pubblicazione da parte di una lavoratrice nella propria bacheca Facebook di affermazioni di disprezzo nei confronti della società datrice di lavoro, risultando irrilevante la mancata indicazione del legale rappresentante, perché agevolmente identificabile”

In altre parole, è stato appurato che, per un dipendente, pubblicare dei post gravemente offensivi, verso il datore di lavoro, sul proprio profilo Facebook – specie se “aperto” e visibile a tutti gli utenti – equivalga ad acquistare uno spazio su un quotidiano per pubblicizzare analoga esternazione.

“Se, come nella specie, lo stesso (commento) è offensivo nei riguardi di persone facilmente individuabili, la relativa condotta integra gli estremi della diffamazione e come tale correttamente il contegno è stato valutato in termini di giusta causa del recesso, in quanto idoneo a recidere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo” (Cass. n. 27939/2021 ).

Quindi, pubblicare commenti offensivi su social tipo Facebook, Instagram o altri del medesimo tipo può portare a conseguenze tra cui il licenziamento per giusta causa.

Le chat private o chiuse

Il discorso è diverso, invece, quando una azienda vorrebbe sanzionare chi si esprima in modo altrettanto irrispettoso in una chat aziendale, via whatsapp o utilizzando app di messaggistica in gruppi privati o non aperti al pubblico.

Una sentenza della Cassazione di qualche anno fa è stata illuminante nel chiarire che “i messaggi scambiati in una ‘chat’ privata, seppure contenenti commenti offensivi nei confronti della società datrice di lavoro, non costituiscono giusta causa di recesso poiché, essendo diretti unicamente agli iscritti ad un determinato gruppo e non ad una moltitudine indistinta di persone, vanno considerati come la corrispondenza privata, chiusa e inviolabile, e sono inidonei a realizzare una condotta diffamatoria in quanto, ove la comunicazione con più persone avvenga in un ambito riservato, non solo vi è un interesse contrario alla divulgazione, anche colposa, dei fatti e delle notizie ma si impone l’esigenza di tutela della libertà e segretezza delle comunicazioni stesse” (Cass. 10 settembre 2018, n. 21965).

E’ stato ritenuto dalla Cassazione che “le chat sono “corrispondenza”, non “pubblicazione” di contenuti, i più vari. Ed in ragione di ciò godono della “libertà e segretezza della corrispondenza”, che “presidia anche i messaggi di posta elettronica scambiati mediante mailing list riservata a un determinato gruppo o tramite chat privata” (Cass. n. 21965/2018 cit.).