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04/03/2019, 10:01

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Fumo-passivo-sul-lavoro


 Ad un dipendente delle Poste è stato riconosciuto il rapporto di causa-effetto tra gli anni trascorsi nel luogo di lavoro piccolo e pieno di fumo e la malattia – tumore faringeo – diagnosticatagli alcuni anni dopo la cessazione del lavoro



Ad undipendente delle Poste è stato riconosciuto il rapporto di causa-effetto tragli anni trascorsi nel luogo di lavoro piccolo e pieno di fumo e la malattia -tumore faringeo - diagnosticatagli alcuni anni dopo la cessazione del lavoro. 


Siamoancora lontani dal riconoscere pienamente il risarcimento alle vittime del fumodecedute a causa di un cancro ai polmoni.
E questo non perché non vi siacertezza sugli effetti dannosi alla salute che le sigarette comportano, ma per il fatto che fumare è - secondo la giurisprudenza - una scelta consapevole ecosciente, che si adotta nonostante gli avvisi espliciti riportati suipacchetti. Come dire: «Noi vi abbiamo messo in guardia». Un po’ come avvienecon gli alcolici ma non con le droghe leggere.
La Cassazione cambia però ilproprio orientamento quando la vittima è obbligata a inalare il fumo nocivo nonper propria volontà. Il riferimento è chiaramente al fumo passivo sul luogodi lavoro.
Lanormativa, in questo caso, è davvero scarna e risicata, ma di certosufficiente alla Cassazione per riempire il vuoto. 

Fumo al lavoro: quale legge lo vieta?


Il codice civile impone al datore di lavoro ditutelare la salute dei dipendenti adottando ogni mezzo idoneo a tale scopo.
La norma parla chiaro: «L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’eserciziodell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza ela tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità moraledei prestatori di lavoro». 
Chi si aspettava di leggere dipiù rimarrà deluso. Ma, quando si parla di legge, il "poco" vuole spesso dire"molto".
In questo caso, infatti, la formula della norma è talmente generica daabbracciare la tutela da qualsiasi tipo di danno fisico e psichico e daimporre qualsiasi tipo di misura di prevenzione consentita dalla scienza edalla tecnica.
Anche a costo che sia antieconomica.
Questo significa che,attesa la conclamata nocività del fumo passivo, il datore di lavoro deve faredi tutto per impedirlo.
Non gli basta affiggere il cartello con il divieto einserirlo anche nel regolamento aziendale a tutti visibile; non gli bastaneanche minacciare l’applicazione di sanzioni disciplinari. Deve attivarsimaterialmente per impedire che i propri dipendenti fumino negli spazi comuni. 
Come? Con l’ausilio di supervisori, ad esempio. Dettociò, si comprende che la normativa relativa al fumo passivo sul luogo dilavoro è già sufficiente per obbligare il datore a vietare che ipropri dipendenti possano accendere una sigaretta.
Le conseguenze però nonpossono essere di tipo sanzionatorio: il datore infatti non può comminare multema solo pene disciplinari (dalla sospensione dal soldo e dal servizio financheal licenziamento).
Neiposti della pubblica amministrazione quest’obbligo di tutela della salute siaccompagna con il più generale divieto di fumare in luogo pubblico o aperto alpubblico. Ad esempio, in un ospedale o in un ufficio del Comune i dipendentinon potranno accendere la sigaretta e, solo in tal caso, possono essere multatitrattandosi di ambienti aperti al pubblico.
La multa potrà essere comminataperò solo da un pubblico ufficiale e non dal datore di lavoro o da un suopreposto. La multa poi deve essere corrisposta allo Stato e non all’azienda.


Fumo passivo sul lavoro e risarcimento del danno


Dal divieto passiamo alrisarcimento.
Se il datore di lavoro non fa di tutto per evitare che idipendenti fumino è personalmente responsabile.
Significa che dovrà risarcire la vittima del fumo passivonon potendo scaricare la colpa su chi ha contravvenuto al divieto.
È questol’indirizzo espresso dalla Cassazione. Lanormativa sull’obbligo di risarcimento allevittime del fumo passivo sul lavoro si ricava sempre dal codice civileed è diretta conseguenza del dovere di garantireidonee condizioni di sicurezza psicofisica dei dipendenti.
Nelcaso di specie sono bastati 14 anni di fumo passivo, a un dipendente di PosteItaliane, per contrarre un tumore alla faringe.
Subito è scattata la causacontro l’azienda, colpevole di non aver impedito il fumo negli ambientilavorativi. Per i giudici, prima in tribunale, poi in Corte d’Appello e infinein Cassazione, è assolutamente legittima la pretesa avanzata dal lavoratore.
Nessundubbio, in sostanza, sul «nesso» fra «patologia diagnosticata e attivitàlavorativa». Soprattutto tenendo presente che, come certificato da unconsulente, «l’uomo era stato esposto in modo significativo all’inalazione difumo passivo - riconosciuto, secondo le acquisizioni della scienza medica,quale causa di cancro delle vie aeree superiori - per quattordici anni e peruna media di sei ore al giorno».
Irrilevante,ribattono i Magistrati del Palazzaccio, il richiamo dell’aziendaall’«intervallo temporale» tra la cessazione del rapporto di lavoro - risalenteal febbraio del 1994 - e l’insorgenza della patologia, avvenuta nel dicembredel 2000.


note

[1] Cass. ord. n. 276/19 del 9.01.2019.
[2] Art.2087 cod. civ.


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