Se accetto il licenziamento ho diritto alla disoccupazione?

L’indennità di disoccupazione (NASPI) non è dovuta solo nei casi di dimissione volontarie o di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro non intervenuta in sede sindacale.

Facciamo un’ipotesi: il datore di lavoro ha proposto un licenziamento dietro pagamento di un incentivo all’esodo con anche alcuni altri benefici. Anche se non è ancora maturata l’età per la pensione, la proposta sembra allettante da un punto di vista economico: non solo perché il vecchio lavoro inizia a stare un po’ stretto e si ha bisogno di nuove esperienze, ma anche perché, nel frattempo si potrebbe usufruire dell’indennità di disoccupazione, ossia la Naspi.

Ma proprio su questo punto ti sorge un dubbio: chi firma il licenziamento ha diritto alla disoccupazione? L’assegno infatti viene pagato dall’Inps solo a chi viene licenziato e non anche a chi, volontariamente, rinuncia al posto di lavoro. La risposta a questa domanda condiziona necessariamente la scelta e può costituire il vero ago della bilancia tra l’accettazione o meno. Cerchiamo dunque di fare chiarimenti sul punto e capire se, una volta accettato il licenziamento, si può ottenere ugualmente la Naspi.

L’indennità di disoccupazione viene riconosciuta solo nei casi di stato di disoccupazione involontario.

Questa espressione potrebbe forse generare qualche equivoco. Significa semplicemente che solo chi si dimette volontariamente non può percepire l’assegno dell’Inps di disoccupazione. Al contrario, chiunque venga licenziato, a prescindere dalle ragioni dalle quali scaturisce il provvedimento del datore di lavoro, riceve il trattamento economico.

Quindi, sia chi viene licenziato per crisi aziendale o per cessazione dell’attività, sia chi viene licenziato per propria colpa (cosiddetto licenziamento disciplinare per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo) ha diritto alla Naspi.

Potrebbe sembrare un paradosso, ma ad esempio, se un dipendente tira un pugno in faccia al proprio datore di lavoro, provocando consapevolmente e volontariamente un procedimento disciplinare nei propri confronti e subendo il conseguente licenziamento, ha sicuramente diritto all’indennità di disoccupazione. Peraltro, il pugno è meglio non tirarlo perché si andrebbe incontro ad altri gravi problemi.

Comunque, secondo i chiarimenti dell’Inps [1], la Naspi (disoccupazione) spetta anche nel caso di licenziamento disciplinare intimato per colpa o dolo del dipendente.

Al contrario chi si dimette non può ottenere l’indennità di disoccupazione, salvo che la dimissione sia avvenuta per giusta causa. Le dimissioni per giusta causa sono quelle che vengono date per mancato pagamento dello stipendio (si deve trattare di almeno due mensilità), o per altri gravi motivi, come ad esempio, per mobbing, per abusi o maltrattamenti, per molestie sessuali, per variazioni delle mansioni, per trasferimento immotivato, ecc.

C’è una cosa importante da specificare: comunemente, invece di dire «mi dimetto» si dice «mi licenzio». È un errore: il licenziamento è l’atto che proviene sempre e solo dal datore di lavoro; le dimissioni invece sono una manifestazione di volontà del dipendente, anche se obbligata dalle circostanze, come nel caso delle suddette dimissioni per giusta causa.

In definitiva, per rispondere alla domanda iniziale, quando il datore di lavoro propone il licenziamento al dipendente e questi lo accetta (accettazione che può avvenire davanti al sindacato o all’Ispettorato del lavoro), il dipendente ha diritto a percepire l’indennità di disoccupazione proprio perché la scelta è formalmente dell’azienda, anche se ad essa aderisce il dipendente e questi dichiara di non volerla contestare o impugnare.

Anche l’Inps stesso ha confermato che chi firma il licenziamento ha diritto alla disoccupazione. In particolare, in una circolare [1], viene chiarito che la Naspi spetta anche in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro intervenuta davanti ai sindacati, oppure avvenuta in ragione del rifiuto di trasferimento del lavoratore ad altra sede della stessa azienda, purché distante oltre 50 km dalla residenza o raggiungibile in 80 minuti o oltre con i mezzi di trasporto pubblici.

Note

[1] Inps circolare n. 142/2015.

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