Licenziamento non tempestivo: cosa succede?

La Cassazione si è pronunciata sul licenziamento non tempestivo di tipo disciplinare, tra reintegra sul posto di lavoro e indennità: cosa spetta al dipendente?

Hai appena ricevuto una lettera di licenziamento. Ma in realtà, dal fatto contestato sono passati diversi mesi, e sono così tanti da renderti difficile ricordare appieno cosa è successo ed approntare qualsiasi tipo difesa. Recuperare i fatti e le prove in tuo favore, dopo tutto questo tempo, risulta difficilissimo e nessuno dei tuoi colleghi è disposto a testimoniare, non ricordando più come si è svolta la vicenda. L’avvocato ti ha detto che un licenziamento non tempestivo è illegittimo poiché esso deve sempre intervenire, se non contestualmente al fatto, comunque in un tempo tale da non ingenerare nel dipendente l’illusione di essere stato perdonato. Ma se l’azienda dovesse ugualmente procedere, costringendoti così a proporre una causa in tribunale, quali risultati utili potresti ottenere con il ricorso al giudice? In altri termini quali sono le conseguenze di un licenziamento non tempestivo intimato in ritardo? Di tanto si è occupata una recente sentenza delle Sezioni Unite [1] che ha tenuto conto, nel decidere, delle novità apportate dalla recente riforma del Job Act.

Entro quanto tempo un licenziamento?

Se hai letto la nostra guida Licenziamento: tempistiche saprai già che il datore di lavoro deve contestare tempestivamente l’addebito al dipendente con una lettera. Gliela può consegnare a mano (il dipendente non può rifiutarsi di riceverla o firmarla, altrimenti commetterebbe un’altra violazione del dovere di fedele collaborazione) oppure con raccomandata a/r. Al dipendente sono dati cinque giorni per difendersi presentando scritti e/o chiedendo di essere sentito di persona. Una volta esaminate le ragioni del lavoratore e/o sentite a voce le sue difese, il datore deve comunicargli il licenziamento o la diversa sanzione disciplinare senza attendere altro tempo. Anche in questo caso, dunque, l’immediatezza del provvedimento è condizione di validità del licenziamento. Altrimenti si verifica un licenziamento non tempestivo.

Che succede se il licenziamento è illegittimo?

Il Job Act, come noto, ha modificato le conseguenze in caso di licenziamento illegittimo. La regola, che un tempo era la reintegra sul posto di lavoro, è ora diventata eccezione, sostituita dal risarcimento del danno. Infatti, ad oggi, nel caso di licenziamento disciplinare illegittimo (ossia «licenziamento per giusta causa» e «licenziamento per giustificato motivo soggettivo»), le conseguenze sono due:

  • se il fatto contestato al dipendente è vero ma non viene ritenuto tanto grave da giustificare il licenziamento, oppure se non viene rispettata la procedura di licenziamento prevista dalla legge oppure in tutti gli altri casi di licenziamento illegittimo, il lavoratore ha diritto solo al risarcimento del danno. In particolare – dice la legge [2]– nei casi in cui risulta accertato che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giustificato motivo soggettivo o giusta causa, il giudice dichiara estinto il rapporto di lavoro alla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità non assoggettata a contribuzione previdenziale di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Tfr, per ogni anno di servizio, in misura non inferiore a quattro e non superiore a 24 mensilità;
  • nel solo caso in cui il licenziamento sia dettato da motivi discriminatori oppure viene accertato che il fatto contestato al dipendente non esiste, il giudice annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro a reintegrare il lavoratoree a versare un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto, corrispondente al periodo dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione.

Che succede se il licenziamento è non tempestivo o tardivo?

Secondo la Cassazione a sezioni unite, nel caso di licenziamento non tempestivo o tardivo, ossia intimato dopo una contestazione disciplinare consegnata al lavoratore oltre il termine previsto dalla contrattazione collettiva, al dipendente che fa causa all’azienda spetta solo il risarcimento e non la reintegra sul poto di lavoro (vale a dire, una indennità tra 12 e 24 mensilità di retribuzione globale di fatto). Allo stesso modo, si deve ritenere che la reintegra non trovi applicazione con il contratto a tutele crescenti nemmeno in caso di licenziamento disciplinare intimato al lavoratore a seguito di una contestazione notevolmente tardiva. E ciò perché comunque il vizio è nella procedura, mentre il fatto è realmente sussistente. Solo se il fatto fosse stato “inventato di sana pianta” si può chiedere la reintegra. Invece, la tardività non incide sulla sussistenza/insussistenza dell’inadempimento (o del fatto).

La tardività, proseguono i giudici, è comunque contraria ai principi di buona fede e correttezza, che impongono al datore di lavoro di contestare immediatamente i fatti (o gli inadempimenti).

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 30985/17 del 27.12.2017.

[2] Art. 3 del Dlgs 23/2015.

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