Avances sul posto di lavoro

Proposte hot ed attenzioni particolari avanzate sul posto di lavoro possono integrare il reato di violenza privata, stalking e, nei casi più gravi, anche violenza sessuale.

Purtroppo, il fenomeno delle avances sul posto di lavoro è molto diffuso, soprattutto negli ambienti lavorativi ove v’è una scarsa tutela del dipendente: si pensi a chi lavori in nero in attesa di regolarizzazione contrattuale. La giurisprudenza, però, testimonia come le lusinghe e le richieste indecenti provenienti dai dirigenti o dai colleghi non siano estranee nemmeno nel lavoro pubblico. Al di là dei profili civilistici e delle ripercussioni contrattuali che possono aversi su chi pone in essere queste condotte, vediamo se e quali figure di reato si ravvisano nel caso di avances sul posto di lavoro.

Violenza privata

Il codice penale punisce con la reclusione fino a quattro anni chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa [1]. La violenza privata è un reato punito a titolo di dolo generico: significa che la condotta criminosa deve avere l’effetto di costringere qualcuno contro la propria volontà. Secondo la Corte di Cassazione, integra il reato di violenza privata il comportamento del superiore gerarchico che abusi del proprio ruolo per costringere le colleghe o le altre dipendenti in uno stato di vera e propria soggezione fisica e psicologica a causa di persecuzioni successive al rifiuto delle avances sessuali [2]. Perché si abbia il delitto di violenza privata, quindi, è necessario che le “attenzioni” mostrate nei confronti della vittima inducano questa a modificare in peggio le proprie abitudini, riconducendola ad uno stato di prostrazione dovuto alle insistenti pressioni del dirigente/collega. La norma sopra enunciata, infatti, punisce chiunque induca anche solo a tollerare l’ingiusta condotta altrui. Chi rifiuta le avances avverte le lusinghe come un vero e proprio sopruso, un attentato alla propria libertà. Tali condotte costringono la vittima quantomeno a patire ingiuste e mortificanti vessazioni, le quali non poche volte si ritorcono anche sulle condizioni lavorative (promesse di assunzioni o, al contrario, minacce di licenziamento in caso di rifiuto delle proposte).

Violenza sessuale

Quando le avances trascendono la mera richiesta, la lusinga o il comportamento poco consono sul luogo di lavoro, è possibile che si concretizzi il ben più grave reato di violenza sessuale. Il codice penale punisce con la reclusione da cinque a dieci anni chi, mediante violenzaminaccia o abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali [3]. Perché le avances possano integrare il reato di violenza sessuale è necessario che le stesse siano qualificabili come atti sessuali. È importante capire cosa si intende con tale nozione: ad esempio, è sufficiente il gesto della “mano morta” per rispondere di violenza sessuale? Approfondiamo.

Gli atti sessuali

Al fine di definire cosa siano gli atti sessuali al centro del reato di violenza sessuale si è soliti fare riferimento ad un criterio oggettivo e ad uno soggettivo. Secondo il primo, l’atto sessuale è solamente quello inerente alle parti del corpo che la scienza medica definisce come “zone erogene”, cioè quelle zone capaci di stimolare l’istinto sessuale. L’identificazione della natura sessuale dell’atto, pertanto, deve passare per la previa individuazione della zona corporea che l’autore ha cercato di violare con la propria condotta: se la parte del corpo rientra tra quelle erogene, si integra il reato di violenza sessuale. Secondo il criterio soggettivo, invece, si commette violenza sessuale anche quando la parte del corpo oggetto di attenzioni non può essere definita erogena, ma il comportamento del soggetto è comunque inequivocabilmente teso a raggiungere un piacere sessuale [4]. Secondo questa teoria, quindi, anche un bacio sulla guancia (zona non erogena), se dato all’evidente scopo di godere di un piacere sessuale, può integrare il delitto di cui stiamo parlando.

V’è da dire che, come sempre accade, la valutazione va rimessa al giudice, il quale dovrà esaminare attentamente il fatto nella sua concretezza e stabilire se un atto non rivolto ad una zona erogena possa essere penalmente rilevante. Nel caso delle avances su luogo di lavoro, rileveranno anche l’eventuale condotta reiterata del datore/collega, il fine che intende perseguire, i rapporti tra vittima e autore. Anche la giurisprudenza oscilla tra le due teorie: secondo la Corte di Cassazione, la nozione di atti sessuali comprende tutti quegli atti indirizzati verso zone erogene della vittima e quindi anche i toccamentipalpeggiamenti e sfregamenti sulle parti intime, anche sopra i vestiti, suscettibili di eccitare la voluttà dell’autore [5]. Sempre secondo la Suprema Corte, la condotta vietata nel delitto di violenza sessuale ricomprende, oltre ad ogni forma di congiunzione carnale, qualsiasi atto che, anche senza contatto fisico diretto con la vittima, sia finalizzato ed idoneo a porre in pericolo il bene primario della libertà della persona attraverso l’eccitazione o il soddisfacimento dell’istinto sessuale dell’agente [6]. Si ricordi, poi, che la violenza sessuale può essere perpetrata senza la necessità di violenze o minacce, semplicemente sfruttando la propria posizione: tale è quella supremazia derivante da autorità, indifferentemente pubblica o privata, di cui l’agente abusi per costringere il soggetto passivo a compiere o subire atti sessuali [7].

Stalking

La reiterazione delle avances, delle richieste e delle proposte indecenti possono integrare il reato di atti persecutori (cosiddetto stalking) ogni volta che comporti un peggioramento delle condizioni di vita della vittima o un perdurante stato di ansia o paura tale da far temere per la propria o altrui incolumità [8]. La dipendente che, importunata sul lavoro, vede invasa anche la propria vita privata dalle attenzioni assillanti del persecutore (telefonate, messaggi, lettere, ecc.), può senz’altro sporgere querela per il reato di atti persecutori, a condizione che la condotta del datore/collega di lavoro si protragga nel tempo, non essendo sufficiente un episodio isolato.

La prova delle avances 

La condotta delittuosa del molestatore va provata. La vittima potrà avvalersi delle registrazioni acquisite sull’ambiente di lavoro, oppure della testimonianza di altre colleghe a cui è stato riservato lo stesso trattamento. È opportuno, inoltre, conservare i messaggi e le comunicazioni ricevute dall’autore del reato. In assenza di questo materiale probatorio, possono essere sufficienti anche le sole dichiarazioni della vittima; sarà poi il giudice a valutarne l’attendibilità in assenza di riscontri esterni. V’è di più: anche il comportamento della vittima può provare, di per sé, la violenza subita. È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione [9] a proposito di una dipendente che aveva rinunciato al posto fisso perché molestata sul lavoro. Secondo la Suprema Corte, la decisione di lasciare un posto di lavoro sicuro, da parte di una giovane donna, a pochi giorni dall’assunzione e in zone afflitte da preoccupante disoccupazione giovanile, è indice di genuinità delle accuse mosse al datore di lavoro.

note

[1] Art. 610 cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 9225/2010 del 08.03.2010.

[3] Art. 609-bis cod. pen.

[4] Fiandaca – Musco, Diritto penale. Parte speciale.

[5] Cass., sent. n. 21167/2006 del 25.05.2006.

[6] Cass., sent. n. 1040/1997 del 15.11.1996.

[7] Cass., sent. n. 19419/2012 del 19.04.2012.

[8] Art. 612-bis cod. pen.

[9] Cass. sent. n. 5436/2017.

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