Attività extralavorativa durante il periodo di malattia: legittimo il licenziamento?

Affinché il licenziamento del dipendente possa ritenersi giustificato, il datore di lavoro deve provare che l’attività del dipendente possa pregiudicare, impedire o rallentare il rientro del lavoratore dalla malattia.

Il caso: con sentenza non definitiva, la Corte d’Appello di Roma, in riforma della precedente sentenza di primo grado, dichiarava l’illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato dal datore di lavoro ad un proprio dipendente, con conseguente reintegrazione dello stesso nel posto di lavoro precedentemente occupato e con condanna al risarcimento di tutte le retribuzioni dal momento del licenziamento.

Il lavoratore, con mansioni di autista e guardia giurata, era stato licenziato a seguito di contestazione disciplinare per essere stato visto in abiti da cacciatore nei tre giorni in cui era stato assente dal lavoro per malattia.

La Corte d’Appello, tuttavia non riteneva provata la tesi secondo cui il dipendente, svolgendo attività di cacciatore nei giorni in cui era assente per malattia, avrebbe messo a repentaglio la propria salute, ritardando la guarigione e causando il relativo danno al datore di lavoro. E, in ogni caso, non poteva affermarsi che siffatti episodi avrebbero potuto incrinare il vincolo fiduciario in modo tale da costituire giusta causa di licenziamento.

L’azienda datrice di lavoro proponeva ricorso per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello, ma la Suprema Corte respingeva il ricorso ritenendolo non fondato [1].

Secondo i giudici, l’espletamento di altra attività extralavorativa, da parte del lavoratore durante lo stato di malattia è idoneo a violare i doveri contrattuali di correttezza e buona fede nell’adempimento dell’obbligazione e a giustificare il recesso del datore di lavoro solo laddove si riscontri che l’attività espletata costituisca indice di una scarsa attenzione del lavoratore alla propria salute ed ai relativi doveri di cura e di non ritardata guarigione, oltre ad essere dimostrativa dell’inidoneità dello stato di malattia ad impedire comunque l’espletamento di un’attività ludica o lavorativa. La prova della incidenza della diversa attività extralavorativa nel ritardare o pregiudicare la guarigione ai fini del rilievo disciplinare di tale attività nel corso della malattia, è comunque a carico del datore di lavoro.

Senza la prova dell’effettivo pregiudizio subito da parte del datore di lavoro al rientro del lavoratore dalla malattia, non può in alcun modo ritenersi giustificato il licenziamento. Non è sufficiente per i giudici della Corte di Cassazione che l’Azienda invochi la rottura del vincolo fiduciario per aver, di tutta evidenza, comunicato notizie infedeli relativamente al proprio stato di salute.

[1] Cass. Civ. Sez. Lav., n. 4869 del 28/02/2014.

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